Contadini da generazioni


 

 

 

“Se tu sé sarto quanto sei poeta, Povero panno e disgraziata seta”, così Beatrice rimbottò un sarto di Limano, paesino pistoiese, improvvisato rimatore che aveva avuto il coraggio di controbattere alle ottave della giovane pastora analfabeta. Tutta la schiettezza della gente contadina venne fuori. Gente di montagna, del Paese del Melo, abituata a lavorare duro e vivere di pastorizia e dei prodotti del bosco. Dovendo parlare della Toscana e più precisamente di Pistoia, è impossibile non ricordare Beatrice, universalmente nota come Beatrice di Pian degli Ontani (1803 – 1885) nativa del Melo (paesino sulla montagna pistoiese) e precisamente del piccolissimo abitato di Conio e di casata Bugelli.

La poesia prorompeva da Beatrice come un fiume in piena. Notata da molti letterati come Giuseppe Giusti di Monsummano Terme, Massimo D’Azeglio, Niccolò Tommaseo, Renato Fucini e tanti altri, fu importante ispiratrice per poesie e racconti. Ricordata da Giovanni Pascoli, che da giovane volle andarla a udire dalla sua Romagna e se ne ricordò nei suoi colloqui, che a lui interessavano da un punto di vista linguistico e letterario, con lo Zi’ Meo, sul Colle di Caprona a Castelvecchio, vicino a Barga in Garfagnana. Lo Zi’Meo come Beatrice “godea del poco e non sapeva del molto”.

All’epoca le famiglie contadine toscane vivevano in case coloniche, costruite distanti l’una dall’altra con materiale reperibile in loco e nelle vicinanze. La casa colonica faceva parte del podere del mezzadro, abitazioni padronali o ex monasteri a valle, oppure costruiti con materiale reperibile sul posto come pietra, legno o le mura fatte di sola terra. Grazie alla presenza di numerose cave (la cava di Monsummano Terme per citarne una e oggi in disuso) veniva impiegata la pietra per muratura e le lastre, sempre in pietra, per la copertura dei tetti, pavimenti e scale. Veniva inoltre utilizzato il legname dei boschi circostanti (Appennino Pistoiese) per porte e finestre, per solai e soffitti (tavole, travi, travicelli). Il legno maggiormente utilizzato era il castagno, facilmente reperibile e per la sua proverbiale resistenza.

La casa, generalmente a pianta rettangolare, era edificata su un terreno in pendenza o semi pendenza e quindi parzialmente seminterrata. Il piano seminterrato aveva da un lato l’entrata nell’abitazione con l’ingresso, la cucina, un salotto, la caciaia, una stanza adibita al grano (che poteva essere esterna “il granaio”) la cantina. Inoltre potevano trovarsi la stalla e la piccionaia. Nel lato vicino all’edificio e precisamente poco distante dalla stalla si trovava il fienile, capanna utilizzata per la conservazione del fieno e che dava sull’aia ricoperta di piastroni. La capanna spesso aveva una loggia che serviva per la conservazione dei “manucci” dopo la mietitura fino alla “battitura” del grano. Inoltre e sempre nelle vicinanze, troviamo la concimaia, lo stalluccio (o stalletto) per i maiali, il capannone per le pecore. Mentre gli animali come oche, galline e quanto altro, venivano lasciati razzolare nell’aia o rinchiusi in pollai, anch’essi costruiti con mezzi di fortuna e dall’abilità dell’uomo.

Una casa semplice e funzionale. Come accennato al piano terra si trovava la cucina, di dimensioni grandi poiché nelle fredde sere invernali, le famiglie si riunivano attorno al fuoco (a veglia) a parlare delle fatiche di una giornata di lavoro e giocare a carte. Inoltre difronte al caminetto, venivano svolti piccoli lavoretti, come la pulitura dei salici ed il rivestimento per le fiasche. Inoltre le massaie si preoccupavano di cucire e rammendare i vestiti dei mariti e dei figli in modo che durassero nel tempo. I vecchi spesso si radunavano “nel cantuccio del focolaio” e raccontavano storie ai più piccoli. Sotto la cappa del camino, c’era una catenella di ferro a cui veniva appeso il paiolo per cucinare o una piccola caldaia per scaldare l’acqua per uso domestico, oltre a due o tre fornelli su vari treppiedi. All’interno della cucina o poco lontano, si trovava il forno utilizzato dalle casalinghe per panificare. Di solito il pane veniva preparato settimanalmente e di venerdì, per averlo fresco la domenica il giorno del Signore. Le massaie per far sì che il pane durasse anche per due settimane, lavoravano la farina con l’acqua senza aggiunta di sale. Un pane unico che all’epoca serviva per il “companatico” ovvero salumi saporiti come il prosciutto Toscano, salame Toscano, salsicce e quanto altro. Oppure per assaggiare l’olio di oliva appena franto ed il vino. Ebbene sì, nella cultura contadina toscana troviamo pane, vino e zucchero. Si trattava di una fetta di pane toscano raffermo condita con vino ed un cucchiaio di zucchero.

Dalla cucina, attraverso porte e corridoi era possibile accedere alla sala, alla stalla e ai piani superiori dove c’erano le camere da letto. Talvolta, in base alla predisposizione della casa era possibile accedere al granaio ed alla cantina. Questo perché il mezzadro, alzandosi presto la mattina nelle fredde giornate invernali, poteva svolgere i propri lavori senza uscire all’aperto. Inoltre nei paraggi della stalla si trovava la carraia, luogo dove il contadino riponeva gli attrezzi da lavoro. In cantina invece era riposto il vino conservato nelle damigiane ed infiascato al momento. Ma anche coppi contenenti olio extravergine di oliva, anche se il luogo preferito era l’ambiente domestico. Talvolta all’interno delle cantine, oltre alla produzione e conservazione del vino, era possibile trovare salumi appesi alle travette a “stagionare”. Infatti la cantina era il luogo fresco per eccellenza e adatto alla stagionatura e conservazione degli alimenti (aglio, cipolle, patate, per citarne alcuni)

Mentre gli ortaggi consumati erano rigorosamente di stagione. Talvolta le massaie amavano coltivare un piccolo orticello nei paraggi della casa per reperire brevemente i beni di prima necessità come insalata, carciofi, carote. Questo permetteva alla donna, quando non era impegnata nei lavori di cura, domestici o nei campi, di avere a portata di mano tutto quello di cui aveva bisogno.

Al primo piano della casa colonica si trovavano le camere da letto, in genere 3 o 4 e molto spaziose. Spesso a causa del sovraffollamento (all’interno della stessa casa abitavano almeno 3 generazioni: dal nonno al nipote) poteva capitare, soprattutto se i figli erano tanti, che alcuni di essi finissero a dormire “ai piedi del letto” nella camera dei genitori. Alcune coloniche, soprattutto quelle costruite intorno al 1600 oltre alla piccionaia che serviva per l’allevamento dei piccioni, si trovava un piccolo locale che serviva per la “passitura” dei grappoli per il vinsanto, vino dolce liquoroso che spesso accompagnava i dolci domenicali.

Sempre nei paraggi della casa, oltre al fienile ed il pagliaio c’era il pozzo per abbeverare gli animali e per prendere l’acqua per uso domestico. Non mancavano i frutteti e non era raro che un colono oltre a coltivare i campi e curare il bestiame, producesse formaggi, salumi e miele. Le arnie venivano tenute lontane dall’abitazione e ricavate dai tronchi d’albero.

In estate l’aia faceva come il focolare d’inverno. Infatti le famiglie si riunivano per conversare e spesso davano vita a balli e feste campestri. Bisogna citare la festa per la battitura del grano, la vendemmia, la raccolta delle olive, la raccolta delle castagne, ricordate ancora oggi nelle sagre paesane. E’ grazie ha questo che la Toscana diventa custode di una molteplicità di prodotti enogastonomici di altissima qualità.

Fonti:

www.visitvaldelsa.com

Il Paese del Melo, Frammenti di Storia e di Memoria. Daniela Corsini, Stampa Tipografia GFPress, Pistoia 2014